sabato 19 agosto 2017

Centro Studi San Claudio al Chienti: Centro Studi San Claudio al Chienti: Centro Studi ...

Centro Studi San Claudio al Chienti: Centro Studi San Claudio al Chienti: Centro Studi ...: Centro Studi San Claudio al Chienti: Centro Studi San Claudio al Chienti: Interessante ... : Centro Studi San Claudio al Chienti: Interessan...

Alberto Morresi presenta il suo libro "LA CONGIURA DI SANTA CROCE PER DEPORRE CARLO IL GROSSO"

Il ciclo di conferenze legate alla mostra di scultura del maestro Sandro Piermarini,  presso la chiesa superiore di San Claudio, si è concluso venerdì 18 agosto, con la presentazione del libro dell'Ing. Alberto Morresi "La Congiura di Santa Croce per deporre Carlo il Grosso".
Un folto gruppo di appassionati della storia dell'alto medioevo e seguaci della tesi del prof. Giovanni Carnevale hanno partecipato con interesse all'evento. Diversi sono stati gli interventi del pubblico per richiedere delucidazioni sulle varie incongruenze legate alla ubicazione di Aquisgrana in Germania, identificata con Aachen.




sabato 5 agosto 2017

Vittorio Sgarbi visita la mostra di scultura "IL GHIGNO DELL'IRONIA"

Venerdì pomeriggio il Prof. Vittorio Sgarbi è stato ospite del Centro Studi San Claudio.
Ha visitato con interesse la mostra di scultura del maestro Sandro Piermarini e si è complimentato con il presidente del Centro Studi Ing. Alberto Morresi per le interessanti iniziative realizzate dall'Associazione.



 Vittorio Sgarbi e Alberto Morresi



Vittorio Sgarbi di fronte alla statua equestre di Carlo Magno

Vittorio Sgarbi si sofferma con alcuni visitatori della mostra

martedì 1 agosto 2017

Dalla RUCOLA notizie da Macerata del 2 luglio 2017 riportiamo il seguente articolo:

Unicam, primi risultati dalle ricerche sul tardo antico e alto medioevo
Più discipline hanno lavorato insieme in modo non invasivo con sorprendenti risultati
Al Campus universitario di Camerino, si è svolto nella mattinata di sabato 1 luglio un incontro con i responsabili e i portavoce dei gruppi di ricerca impegnati nel progetto “Il patrimonio culturale delle Marche centro-meridionali dal Tardo Antico all’Alto Medioevo”. Le varie discipline coinvolte hanno fatto il punto sul lavoro eseguito come primo step, consistente in indagini non invasive.

Il Rettore Claudio Pettinari
Ha introdotto i lavori il Rettore Claudio Pettinari, per il quale in questo tempo in cui si parla continuamente di cittadinanza globale e di sostenibilità, è necessario far comprendere a tutti che altrettanto importante, anzi irrinunciabile, è la conservazione e la valorizzazione del proprio patrimonio culturale, sull’esempio di Udine, ferita dal sisma del Friuli nel 1976, che ripartì dalla cultura creando gruppi e centri di studio. Lo stesso si deve fare nella nostra regione, che possiede una ricchezza unica di beni culturali e di bellezze naturali.

Il responsabile del progetto Gilberto Pambianchi
Gilberto Pambianchi è critico nei confronti dell’organizzazione classica degli atenei in “compartimenti stagni”, cosa che non consente spesso una visione completa della ricerca. Riportare l’Uomo al centro di tutto è fondamentale e afferma che questo progetto è proprio fondato sulla interdisciplinarietà allo scopo di restituire al nostro territorio la sua vera identità. L’attenzione iniziale degli studi si è incentrata sulla vallata del Chienti che conserva tracce d’insediamenti fin dal paleolitico, il che vuol dire che è sempre stata abitata per essere da sempre fonte di risorse atte alla vita. Qui ci sono testimonianze dall’età del ferro continuativamente fino al tempo dei romani, per poi arrivare all’intervallo temporale oggetto degli studi: dal tardo antico all’alto medioevo.

Marco Materazzi
Marco Materazzi ha mostrato i prospetti dell’evoluzione del paesaggio nell’area del Chienti.
Dove non c’è protezione il paesaggio cambia continuamente, sia in area montana che nelle valli dei fiumi, fatto che nella valle del Chienti non è accaduto: ci sono aree come “congelate” quali la zona di San Claudio e quella di Santa Maria a Piè di Chienti a Montecosaro. In questi luoghi l’area si è conservata per duemila anni riportandoci intatta la sua storia, grazie al lavoro dell’uomo che ha avuto cura del territorio. Per dinamiche naturali certamente il corso del Chienti si è modificato ma ci sono tracce di reticoli idrici creati dall’uomo per regimarlo, strutture a Sforzacosta come nell’Ete Morto con palificazioni sia per difesa delle sponde che per ponteggi di attracco per le imbarcazioni, essendo allora il fiume navigabile. Si è sempre parlato di abbandono dopo la caduta dell’impero romano, ma nell’area del Chienti questo non si riscontra: ci sono nel substrato canali e pozzi individuati dai rilievi termometrici effettuati con l’uso di drone e di georadar.

Giovanni Scoccianti
Il gruppo di lavoro messo in campo da Unicam ha il compito di raccogliere dati e costruire la storia più plausibile, che malgrado sia ancora prematuro definire, consente già qualche riflessione. L’interdisciplinarietà innovativa va oltre le somme dei risultati dei vari gruppi di ricerca delle varie discipline presi singolarmente. La interpretazione organica collega le discipline e, non trascurando alcun singolo monumento o elemento, fa sì che la ricostruzione storica diventi un vero e proprio racconto, affascinante e comprensibile. Tra le varie analisi, quelle “proporzionali” sono determinanti per capire la cultura del costruttore, il contesto politico, l’intento del committente. Ogni particolare è determinante per la narrazione delle culture di un territorio. Il Piceno, come luogo di incontro e comunicazione con il vicino oriente e con il nord Europa, è tutto da indagare. Il lavoro mostrato nell’odierno incontro è appena il 10% di quello eseguito, e solo l’1% di quello ancora da fare.

Enzo Catani
L’area è un palinsesto, cioè una stratificazione pre-protostorica sino a Roma, poi tardo antico e medioevo, per cui prima di andare a scavare, si procede alle indagini con tutte le tecnologie non invasive a disposizione, incluse fonti storiche/documentali, e questo spiega la necessità di operare in multidisciplinarietà. Si è posta attenzione allo studio storico-archivistico su Pausulae, e all’analisi climatologica. Nel tardo antico si verificò una variazione climatica con aumento di umidità e con incremento della portata dei fiumi, come gli storici hanno scritto. Ci furono inondazioni, modifica delle foci: una conseguenza fu la migrazione delle popolazioni nelle alture. È stato incentrato uno studio sul medio corso del fiume Chienti, evidenziando uno strano angolo di confluenza tra il Fiastra e il Chienti, e mostrando come tra Corridonia e San Claudio il fiume si divise in due corsi d’acqua creando un’isola. Da reperti trovati questa dovrebbe essere Pausulae. Costantini di Montesanto ne parlava già nel 1800 nel “Liber iurium” (parcella del 1143 della diocesi di Fermo) descrivendo questo luogo che risulta chiamarsi proprio “Isola” fino a quella data, ma non nei secoli successivi, e attraversato da una antica strada che porta a San Claudio. Risulta nel 1700 un rischio di alluvione, evitata grazie a lavori di regimazione a San Claudio testimoniati da una lapide ancora presente su una parete dell’abbazia, gli stessi lavori furono eseguiti a Santa Croce all’Ete. Il professor Catani ha anche affrontato l’analisi dell’etimo Pausulae. Da più fonti il nome originario risulta essere Pausulae mentre le forme Pausulas e Pausula sono un chiaro errore del copista nelle trascrizioni. Interessante la teoria che il nome derivi da “pausare” cioè fare sosta, suggerendo una zona di piccole stazioni di sosta intervallive del Chienti (allora detto Flusor). La forma Pausulae plurale può far pensare a più insediamenti piceni, un nodo viario dove si incrociavano percorsi vallivi e intervallivi. Nei pressi di San Claudio c’è da scavare andando più in profondità rispetto ai reperti romani: lo strato dei piceni non è stato mai seriamente indagato.

Enrica Petrucci
Illustra il metodo di ricerca del gruppo di studio storia e architettura. Partendo dall’archivio storico della soprintendenza, dove sono conservati i documenti di cantiere dei restauri effettuati nel 1900, si cerca di ricostruire i lavori eseguiti e le modifiche apportate alle strutture di tre costruzioni: San Claudio, Santa Maria a Pié di Chienti e Santa Croce all’Ete. Individuate le aree meno deturpate e relative letture delle caratteristiche originali anche stilistiche, geometriche, si fa il confronto con le fonti archivistiche. L’indagine inizialmente solo fotografica, serve a fornire una analisi geometrica e materica, i cui risultati vengono riportati su schede, per avere a disposizione una sintesi efficace dove si può notare la più varia composizione, che fa supporre diverse maestranze, diversi materiali, diversi momenti di costruzione, eventi di distruzione, eccetera. Interessante lo studio per determinare le unità di misura usate: la rispondenza nelle strutture per descrivere le varie parti delle fabbriche, in particolare nelle absidi, risulta essere il “piede bizantino”.

Graziella Rosselli
Indagini diagnostiche su architettura e pittura, che forniscono dati di supporto alla ricerca non invasivi: la termografia, che rileva differenze anche minime di temperatura consentendo la mappatura di strutture interne, individuando le differenze dei materiali, i particolari nascosti, le manomissioni del fabbricato originale. Per esempio alla Collegiata di San Ginesio si è evidenziata una nicchia tamponata a sinistra dell’altare principale, e sulla facciata si vede una anomalia che corrisponde con probabilità all’antico ingresso decentrato, mentre nella zona absidale c’è un diverso spessore di muratura. Si sono fatte indagini multispettrali, con diverse lunghezze d’onda, sui dipinti come nella cripta di San Biagio. Queste rendono il tipo di pigmento usato, il che consente di risalire alla tecnica e all’epoca di realizzazione, e anche a riconoscere restauri successivi. Invece l’indagine a luce radente permette di riconoscere aggiunte, stratificazioni nei dipinti murali, facendo riconoscere la più piccola differenza di spessore. Infine la mensiocronologia, tecnica mai usata nelle Marche, crea una statistica sulle dimensioni dei mattoni: la dimensione del mattone dà la datazione per cui le anomalie fanno comprendere modifiche e ricostruzioni negli edifici effettuate nel tempo.

Conclusioni
I gruppi di ricerca sono composti per la gran parte da giovani, che hanno dimostrato di aver lavorato con perizia ed entusiasmo, alla luce delle scoperte superiori alle aspettative, dopo queste indagini non invasive, si aspettano di poter continuare con le fasi successive e passare alle analisi chimiche delle malte e agli scavi, e così poter trarre delle conclusioni che potrebbero stravolgere i libri di storia. Unicam, con la collaborazione di Unimc, intende comunque – malgrado le difficoltà causate dal sisma – portare avanti le ricerche avviate, sempre con il metodo della multidisciplinarietà e le tecnologie oggi esistenti, allargando gli studi da Genga fino a Ponzano di Fermo.
Simonetta Borgiani
2 luglio 2017


Fernando Pallocchini si complimenta con Sandro Piermarini


Grazie a Sandro Piermarini Carlo Magno è tornato a San Claudio
Installata la statua equestre dell’Imperatore e inaugurata la mostra “Il ghigno dell’ironia”
Presso l’abbazia di San Claudio al Chienti, nell’ambito dei festeggiamenti per il II Sinodo di Aquisgrana (817-2017), organizzati dal Centro Studi San Claudio e dall’Associazione culturale Cluentum con il patrocinio del Comune di Corridonia, denominati “Il tempo dove”, si è svolta l’inaugurazione della mostra di scultura “Il ghigno dell’ironia” del Maestro Sandro Piermarini.

Il ritorno di Carlo Magno
Evento clou è stato il ritorno, dopo secoli di assenza, dell’Imperatore Carlo Magno… non in carne e ossa ma sotto forma di una imponente scultura, recante i tratti caratteristici dei lavori di Sandro Piermarini, che è stata posta accanto l’ingresso della chiesa inferiore dell’Abbazia.
L’artista, dopo aver letto i primi libri del professor Giovanni Carnevale, si è sentito ispirato e nella sua mente è germogliata l’idea di Carlo Magno inserito nell’antica abbazia, idea creativa presto materializzata nel possente cavaliere che, in groppa al suo cavallo, domina sul paesaggio della valle del Chienti, visibile e protetto sotto di lui.

Il ghigno dell’ironia
Nella chiesa superiore dell’abbazia è stata invece approntata l’esposizione delle opere del Maestro, perfettamente inserite nel rigore architettonico di quegli spazi. La manualità sapiente dell’artigiano ha dato forma e valenza artistica a oggetti di materica tridimensionalità e, per una volta tanto, il visitatore è stato guidato/condizionato alla comprensione delle sculture da semplici frasi, addirittura a volte una sola parola, che se disgiunte dall’opera avrebbero poco da dire ma unite a essa danno all’insieme una interpretazione di forte ironia e di contemporaneità con il nostro momento storico.
Alcuni esempi? “Il pane di destra e il pane di sinistra”, perfettamente eguali fra loro qualunque sia la connotazione politica che li porta a tavola; “Macerata sotto aceto”, con i tre monumenti simbolo della città inseriti in un vaso di vetro e chiusi da un coperchio, il cui significato è facile intendere; “Futuro?” con una vanga infilata nella zolla; “Camerino” e la divisa da carcerato è li che si fa ammirare identificativa della parte meno nobile della città camerte. E così via in una mostra da interpretare sorridendo… di noi stessi.

Il dibattito
A contorno della mostra si è dibattuto, moderatore il professor Alvise Manni, sulla dimensione pubblica dell’arte con interventi di Michele Schiavoni su “Architettura come spazi sociali”, di Massimo Bernardini che ha parlato dell’Arte negli spazi pubblici dal ‘900 ai giorni nostri e, infine, dello stesso Sandro Piermarini sul tema degli interventi contemporanei negli spazi pubblici. Evidenziato il valore dei simposi artistici, veri e propri raduni di scultori che realizzano opere che poi verranno inserite negli spazi loro destinati sul territorio. Esperienze vissute da Sandro in Cina, cui partecipano artisti provenienti da ogni parte del pianeta, e che sarebbero da replicare anche da noi, per arricchire le nostre città con segni d’arte duraturi.
La mostra resterà aperta fino al 20 agosto con i seguenti orari: mattino dalle 10:00 alle 13:00; pomeriggio dalle 17:00 alle 20:00

Fernando Pallocchini

Da LA RUCOLA: Chiesto dal Centro Studi S. Claudio alla Presidente della VII Commissione "Un parco archeologico a San Claudio al Chienti"

Un parco archeologico a San Claudio al Chienti
Print Friendly
Chiesto dal Centro Studi S. Claudio alla Presidente della VII Commissione
Mercoledì 26 luglio il direttivo del Centro Studi San Claudio al Chienti è stato ricevuto dall’Ufficio di Presidenza della Commissione Cultura della Camera dei Deputati. Dopo aver donato alcuni libri scritti dai membri dell’Associazione Piero Giustozzi, Alberto Morresi e gli ultimi pubblicati dal professor Giovanni Carnevale con Domenico Antognozzi, è stata illustrata la “missione” che i soci si sono dati: divulgare la tesi del professor  Giovanni Carnevale sulla presenza di Aquisgrana nelle Marche. La Presidente della Settima Commissione (Cultura, Scienze e Istruzione) Onorevole Flavia Piccoli Nardella, assistita dalla Segretaria della Commissione onorevole Irene Manzi, interloquendo con molto interesse e competenza con la delegazione, ha detto di essere abituata a studiare i documenti storici e, avendo presieduto l’Istituto Luigi Sturzo di Roma, conosce le problematiche e le difficoltà che i cultori della materia incontrano, invitando l’Associazione a insistere nel proprio impegno. È stato messo in evidenza l’altissimo numero di chiese, abbazie, monasteri, strutture difensive presenti sul territorio, di cui non si conosce la vera data di fondazione, ma si fa riferimento al primo documento trovato in cui viene citata la costruzione, o a datazioni presunte da storici del passato. Motivo per cui tutti vengono portati a credere in quello che non è stato mai provato. È stata informata la commissione sui primi risultati che l’Unicam ha comunicato pubblicamente il 1° luglio sugli studi riguardanti l’alto medioevo nel maceratese. È stato anche affrontato l’argomento delle 5 absidi che la chiesa di San Claudio ha in comune con quella certamente carolingia di Germigny des Près in Francia.
È stata fatta presente la necessità, visti gli scavi in passato effettuati nell’area circostante l’abbazia di San Claudio, che evidenziarono la presenza di una città sepolta, di riprendere le ricerche e di istituire un Parco Archeologico. La Presidente è stata invitata a venire a visitare il territorio maceratese e, nell’accomiatarsi, ha chiesto di portare i suoi saluti al professor Giovanni Carnevale.
Centro Studi San Claudio Al Chienti


mercoledì 12 luglio 2017

Dalla relazione del Vescovo Mons. Armando Trasarti In collaborazione con l’ufficio pastorale diocesano per i problemi sociali e il lavoro su: " IL LAVORO NELLA VOCAZIONE DI UN TERRITORIO"

 Riproduciamo il punto 3.1 della relazione 

3.1 - Riscoperta della storia e delle origini dei beni architettonici
Un primo elemento su cui soffermarci è la ricchezza di avvenimenti storici che abbiamo ospitato nei millenni precedenti e di ciò che hanno prodotto in termini di resti monumentali e di cultura.
Nelle Marche c’è una “concentrazione” di luoghi storici, di beni culturali ed architettonici, veramente unica. Un censimento di pochi anni fa ha designato le Marche come la terra con la maggiore densità di pinacoteche, di raccolte di oggetti d’arte e di segni della storia. Ci sono ben 234 luoghi di interesse culturale racchiusi nel piccolo territorio che va da Gabicce a San Benedetto del Tronto, dagli Appennini all’Adriatico, senza contare le 315 biblioteche, i 163 santuari, i 56 castelli e i 70 teatri storici. Una densità unica al mondo, battuta soltanto dalla città di Firenze, ma non dalla Regione Toscana.
Ci sono studiosi che sostengono che addirittura una parte della storia dell’alto Medio Evo andrebbe riscritta, per il mancato racconto delle opere e del passaggio – molto meno episodico di quanto si pensi – di Carlo Magno, nonché di re e condottieri prima e dopo di lui.

All’estero la storia è fonte di valorizzazione, e quindi di reddito e occupazione, molto superiore alla nostra, pur in presenza di segni e reperti decisamente meno significativi dei nostri. Quindi, se questo è un assunto condiviso da tutti, c’è bisogno di un concorso di idee e compartecipazione di tutti i soggetti pubblici e privati per un grande piano di valorizzazione storico-culturale del territorio.

martedì 4 luglio 2017

UNICAM - Progetto di ricerca: Il patrimonio culturale delle Marche centro-meridionali dal Tardo Antico all’Alto Medioevo..

Il 1 luglio 2017 alle ore 10 presso la Sala Convegni del Rettorato al Campus universitario dell'UNICAM a Camerino (MC), si è tenuta la Giornata di Studio ""Primi risultati del Progetto di Ricerca PicHer (Picenum Heritage). Il patrimonio culturale delle Marche centro-meridionali dal Tardo Antico all'Alto Medioevo".
Dopo i saluti iniziali del neoeletto Magnifico Rettore Claudio Pettinari, ha moderato l'attesissimo ed interessante l'incontro il Responsabile del Progetto Gilberto Pambianchi. 
Era dal Convegno camerte su "I Carolingi nel Piceno" del 16 Luglio del 2014, con cui di fatto partiva il Progetto suddetto, che tutti gli esperti e gli appassionati del settore aspettavano i risultati preliminari della ricerca pluridisciplinare e con tecniche non invasive (senza scavi archeologici).
Purtroppo erano stranamente assenti i politici regionali Ceriscioli e Pieroni ed il nuovo referente della Soprintendenza di Ancona Birrozzi oltre ad altre autorità convocate per l'occasione (p. es. Marcolini): forse la carente cartellonistica stradale indicatoria del recente complesso accademico di via D'Accorso li ha fatti disperdere...
Dei sindaci dei Comuni coinvolti solo Alessandro Delpriori era giustamente presente.
Per la stampa il solo Fernando Pallocchini de "La Rucola" maceratese era giustamente sul posto a rendicontare prontamente per i suoi affezionatissimi e numerosissimi lettori.
Una risposta alle gravi ferite del sisma del 2016 per le nostre zone marchigiane deve essere la rinascita culturale e quindi turistica  e sociale: in questo senso va la ricerca odierna oggetto del presente incontro.
La cooperazione fra studiosi di diverse discipline non può che portare buoni frutti se si analizza sistematicamente un territorio (la Valle del Chienti in particolare) ed un periodo storico (l'Altomedioevo) entrambi poco indagati e conosciuti.
Marco Materazzi ha sottolineato come San Claudio di Corridonia fosse in antico letteralmente circondata artificialmente e non dalle acque fluviali. Infatti la Valle del Chienti risulta antropizzata da sempre (ed archeologicamente ed ambientalmente ben conservata) ed è una dinamica e permeabile  linea di confine e di transito per popoli, culture e commerci.
Giovanni Scoccianti ha ribadito come essendo agli inizi i risultati scientifici debbano ancora essere valutati nella loro interezza e ci vorrà ancora tempo (NdA: infatti finanziamenti pubblici promessi  non sono arrivati fisicamente  del tutto!).
Enzo Catani ripercorrendo la bibliografia storica ed archeologica  dell'area in questione evidenzia come già nel passato il "palinsento" storico del nostro territorio (con numerose e secolari stratificazioni) fosse stato in qualche modo evidenziato da eruditi locali (docc. del 1143 chiamano Insula le vicinanze di San Claudio) ed invita aprendo alla collaborazione fra Accademia e Associazioni locali di appassionati che da decenni studiano la zona con competenza.
Qui da buon cronista ritengo personalmente  che sia giusto e doveroso che rammenti ai più che magari non sanno (e dato che l'Università continua a non rammentarlo a dovere...) che è grazie alle intuizioni storiografiche ed artistiche di oltre 25 anni fa del Prof. Don Giovanni Carnevale che siamo ritornati a rivalutare -  in un contesto più ampio -  queste contrade e questi periodi storici finora ritenuti quasi marginali. 
Enrica Petrucci rileva che dai rilievi architettonici puntuali degli alzati murari verticali delle tre chiese dell'Annunziata a Montecosaro (MC), di San Claudio a Corridonia (MC) e di S. Croce a S. Elpidio a Mare (FM) risulterebbe essere stato usato un modulo comune nelle progettazioni e che si potrebbe evidenziare il piede bizantino come misura dei mattoni utilizzati in comune.
Graziella Roselli da conto delle tecniche scientifiche  innovative e non invasive che hanno permesso di scoprire intonaci, pigmenti, nicchie e tamponature altrimenti celate anche a San Ginesio (MC) in Collegiata.
Non possiamo che ben sperare per il futuro sopratutto che i nostri amministratori locali e nazionali capiscano l'importanza di queste ricerche per tutto il territorio in genere e che ci sia fattiva, sincera  e proficua la collaborazione fra chi fa seriamente ricerca che sia  per mestiere (pagati) o che sia  per passione (gratis), insieme  per il bene comune.


Prof. Alvise MANNI 
(Centro Studi San Claudio al Chienti di Corridonia - MC )

mercoledì 21 giugno 2017

A proposito di:"Il ritrovamento della tomba..."


ABSTRACT
Si è voluto verificare scientificamente la tesi del professor Giovanni Carnevale, il quale, dopo una rilettura scrupolosa delle Fonti altomedioevali, colloca Aquisgrana in Val di Chienti e indica la chiesa di San Claudio come la Cappella Palatina di Carlo Magno.
Constatato che i documenti attestano che nella Cappella Palatina sono presenti le sepolture di due imperatori: Carlo Magno, sotto l'arcosolio e Ottone III, davanti all'altare, abbiamo realizzato una indagine con il georadar per verificare tale rispondenza.
I dati delle indagini, condotte da due geologi, hanno rilevato evidenti anomalie, sotto la pavimentazione, in corrispondenza della ubicazione delle tombe, all’interno della chiesa di San Claudio, come indicato dalle fonti.
Mentre i geologi si sono limitati ad interpretare in modo specialistico i risultati del loro lavoro, l’analisi archeologica, ha ritenuto realistica la connessione tra i dati del georadar e l’ubicazione riportata dai documenti, in riferimento alle sepolture dei due Imperatori.

I risultati delle indagini effettuate a San Claudio rivestono una notevole importanza, perché ad Aachen le ricerche archeologiche per l'individuazione delle due sepolture sono proseguite inutilmente per più di cento anni senza dare alcun risultato positivo.

giovedì 20 aprile 2017

Innocentius etc. Rectoribus Thusciae, et Ducatus.

Innocentius etc. Rectoribus Thusciae, et Ducatus.

Sicut Universitatis conditor Deus duo magna luminaria in firmamentum Coeli constituit, luminare majus, ut praeesset diei; et luminare minus, ut nocti praeesset; sic ad firmamentum universalis Ecclesiae quae Caeli nomine nuncupatur,  duas magnas instituit dignitates, majorem, quae quasi diebus , animabus praeesset, et minorem quae quasi noctibus praeesset corporibus: quae sunt Pontificalis auctoritas et Regalis potestas.
Porro sicut lumen suum a sole sortitur, quae revera minor est illo quantitate simul et qualitate, situ pariter et effectu; sic regalis potestas ab auctoritate Pontificalis suae sortitur dignitatis splendorem; cujus conspectui quanto magis inhaeret , tanto minori lumine decoratur, et quo plus ab ejus elongatur aspectu, eo plus proficit splendore.
Utraque vero potestas sive primatus sedem in Italia meruit obtinere, quae dispositione divina super universas provincias obtinuit principatum, et ideo licet ad universas provincias nostrae provisionis aciem extendere debeamus, specialiter  tamen Italiae paterna nos convenit solicitudine providere, in qua Christianae religionis fundamentum existit, et per Apostolicae Sedis primatum Sacerdotii simul et regni praeminet principatus.
--------------------------------------------------------------------------------------------------
Hujus autem provisionis officium laudabiliter exercemus , si per nostrae solicitudinis studium procuramus ne filii fiant servi, neque minores a majoribus opprimantur; ut servata moderaminis aequitate sic isti serviant quod illi non saeviant; ut nec isti subesse contemnant , nec illi contendant praeesse. Volentes ergo vos tanquam speciales filios Apostolicae protectionis bracchiis amplexari, firmum gerimus in deliberatione nostra propositum, ad Divini nominis gloriam, et Apostolicae Sedis honorem, quantum cum nostra possumus honestate, vobis adversus oppressionis incursum, et gravaminis insolentiam nostrum patrocinium exhibere; quatenus per Apostolicae protectionis auxilium in debito statu perseverare possitis, et inita jam concordia semper inter vos de bono in melius perseveret.
Sperantes et pro certo tenentes quod nos vobis et Ecclesiae Romanae gratum semper 
Devotionis obsequium receperimus, utrimque grata debeat utilitas procurari.
Monemus igitur universitatem vestram , et exhortamur in Domino, per Apostolica scripta mandantes, quatenus certam et firmam de nobis fiduciam obtinentes, qui, sicut Apostolicae convenit gravitati, plus facere pro vobis quam promittere vobis intendimus, ea semper agere studeatis quae ad honorem et profectum Ecclesiae Rom. Proveniant, ut merito debeatis ipsius favoris dextera communiri.
Datum Laterani III. Kal. Novembris.

Questo è il testo in latino della lettera di Innocenzo III al console di Firenze e al duca di Spoleto. Se si può chiamare bolla, come ho fatto in precedenza, sinceramente non lo so.
So che mi sono fidato di un libro del 1997, che usavo al liceo, da cui ho preso la traduzione.
Quando ho letto il testo originale mi sono reso conto che il mio professore di latino, la buonanima di don Domenico Follenti,  a questa traduzione probabilmente non avrebbe dato la sufficienza.
Allora ho tolto la polvere dal vocabolario che non usavo da anni e mi sono messo a fare i compiti. Forse avrei potuto fare meglio, ma ho preferito essere il più fedele possibile al testo originale. Ho messo qualcosa fra parentesi perché fosse più chiaro il concetto espresso dal testo latino.
Poi ho anche dato un’occhiata in giro su Internet per vedere come erano le altre traduzioni. Chi ha voglia veda e confronti con i propri occhi.
E qui mi sono venuti i pensieri cattivi, ma non li voglio esternare: chi me lo fa fare?
Già prendo abbastanza insulti, come del resto anche don Carnevale.
Ma a me sembra che in giro ci sia poca gente a cui interessi la verità della storia medioevale della nostra regione.
Una cosa però la dico: togliere il Latino dalla scuola italiana come materia obbligatoria è stato un vero disastro per la nostra nazione.
Ecco di seguito la mia traduzione: mi sono fermato a metà della lettera, come fanno un po’ tutti..
Così è più semplice fare il confronto con le traduzioni che si trovano in giro, comprese quelle dei testi di storia scolastici.

Innocenzo  ai rettori della Tuscia (console di Firenze Acerbo) e del Ducato ( di Spoleto)

Come Dio, costruttore dell’Universo, ha costituito due grandi luminari nel firmamento del Cielo, il luminare più grande per presiedere al giorno e il luminare più piccolo per presiedere alla notte, così nel firmamento della Chiesa universale, istituita in nome del Cielo, costituì due grandi dignità, la maggiore che, come ai giorni, presiedesse alle anime, e la minore che, come alle notti, presiedesse ai corpi: che sono l’autorità Pontificia e il potere del Re.
Inoltre come il luminare che realmente è minore prende la sua luce dal sole, minore al sole per quantità e qualità, parimenti per posizione ed effetto; così il potere regale riceve lo splendore della sua dignità dall’autorità del Pontefice; al cui cospetto quanto più si accosta, di tanta meno luce è adornato, e al quale aspetto quanto più si allontana, tanto più da esso trae splendore.
L’uno e l’altro potere o primato meritò di ottenere la sede in Italia, che per disposizione divina ottenne il primato sopra tutte le provincie, per questo sebbene dobbiamo estendere a tutte le provincie la perspicacia della nostra cura, tuttavia specialmente all’Italia è bene che noi provvediamo con paterna sollecitudine, nella quale ( Italia) si trova il fondamento della religione cristiana, e che sovrasta ( gli altri paesi) sia per il primato sacerdotale della Sede Apostolica sia per il supremo potere del regno (del Re) . (Per essere ancora più chiari, dell’Imperatore del Sacro Romano Impero ).


Macerata 20 aprile 2017  Mancini Enzo

mercoledì 12 aprile 2017

CONCORDIAMO PIENAMENTE CON L'ILLUSTRE ARCHEOLOGO ANDREAS SCHAUB


Dall'agenzia Adnkronos del 18 maggio 2010 apprendiamo quanto segue:


Germania: archeologi smentiscono leggenda su tomba Carlomagno
non si trova nell'atrio della cattedrale di Aquisgrana
Aquisgrana, 18 mag. (Adnkronos/Dpa) - La tomba originaria di Carlomagno non si trova nell'atrio della cattedrale di Aquisgrana come si era finora pensato. A smentire la popolare teoria è stato un team di archeologi che per tre anni ha cercato invano tracce della sepoltura dell'imperatore morto nell'814.
Malgrado le ricerche, le tracce più antiche trovate nel sottosuolo dell'atrio risalgono al 13esimo secolo, 400 anni dopo la morte di Carlomagno. Da centinaia di anni ci si interroga sul luogo esatto dove fu sepolto e dagli anni Ottanta si era fatta strada fra gli esperti l'ipotesi dell'atrio della cattedrale. Andreas Schaub, l'archeologo che ha guidato le ricerche, si dice tuttavia "certo che Carlemagno sia stato sepolto ad Aquisgrana e certo che ciò sia avvenuto nell'area della cattedrale".
Carlomagno morì la mattina del 28 gennaio 814 e fu sepolto il giorno stesso. Circa 250 anni dopo, l'imperatore Federico Barbarossa ne fece trasferire le ossa in un'urna che da allora è conservata nella cattedrale

............
Che Carlo Magno sia stato sepolto ad Aquisgrana lo affermiamo anche noi , ma suggeriamo a Schaub di cercarlo nella vera Aquisgrana. 

martedì 4 aprile 2017

Un grazie di cuore al Prof. Enzo Mancini per questa interessante analisi sulla bolla del papa Innocenzo III.

Sicut Universitatis Conditor

Noi  valdichientisti stiamo da anni a dire che Aquisgrana stava in Italia come se fosse una rivoluzione per la storia d’Italia e d’Europa. Ma nessuno si è accorto di quello che dice la bolla del papa Innocenzo III , scritta nell’esercizio delle sue funzioni, o meglio emanata, a pochi mesi dalla sua elezione al soglio pontificio? 
Questo papa con Gregorio VII  e Bonifacio VIII  è da considerare fra i massimi teorici della supremazia del potere spirituale sul potere temporale, del diritto della Chiesa Cattolica Romana ad essere titolare di uno Stato Pontificio, della superiorità del papa sulla corona del Sacro Romano Impero. Va bene che il dogma dell’infallibilità del successore di Pietro non era ancora stato definito, ma il pontefice lo doveva sapere bene dove era la sede del Sacro Romano Impero cominciato con Carlo Magno.
Allora io mi domando: cosa dicono gli storici ufficiali delle parole della bolla che io ho evidenziato in neretto?
Che si era distratto un attimino? Oppure che la sua cancelleria gli fece uno scherzo?
Oppure sono io che ho preso un granchio? Che qualcuno me lo spieghi.
E pensare che l’operazione “Translatio Imperii” era già cominciata con Federico Barbarossa.
Ricordo che alla data della bolla di cui parliamo il titolo di Imperatore era vacante: Enrico VI era morto l’anno prima; Federico II aveva solo quattro anni; Ottone di Brunswick venne incoronato solo nel 1209.
Inoltre Costanza d’Altavilla morì il mese successivo; nel 1204 Costantinopoli fu saccheggiata dai crociati; nel 1209 cominciò la crociata contro gli Albigesi  con il massacro di Beziers ; nello stesso anno Innocenzo III approvò l’ordine dei frati minori di San Francesco, ma solo verbalmente. Prima di morire, a Perugia, nel 1216, fece in tempo a deporre Ottone IV e a far consacrare imperatore il suo pupillo Federico II.
Ma se Federico II fu incoronato ad Aquisgrana nel 1215, quale papa lo incoronò, visto che Innocenzo III ad Aachen non ci andò mai di sicuro?
Insomma Lotario dei conti di Segni, nonostante fosse di salute cagionevole, si dette da fare, sia da papa che non.
Potremmo dire che sapeva cavalcare la tigre come pochi uomini nella storia.
Morì a Perugia che non se lo aspettavano, a cinquantacinque anni.
Jacques de Vitry testimonia che fu lasciato alla mercé dei ladri e che puzzava già parecchio prima di essere sepolto: “ …Ho veduto coi miei occhi come è breve, vana ed effimera la gloria di questo mondo.”
Aveva studiato diritto a Bologna e teologia a Parigi; il successore Onorio III conferì diversi privilegi alle università di Bologna e Parigi; anche il nipote, che diventò Gregorio IX, studiò a Bologna e a Parigi.
Anche Dante frequentò Parigi, dicono il Boccaccio e il Villani, ma sembra matematico che Dante non varcò mai le Alpi.
Ma non sarà che quella Parigi stava molto più vicina di quanto crediamo, come ipotizza Simonetta Torresi?
Ma non mettiamo troppa carne a cuocere.
Ecco di seguito il testo della bolla di Innocenzo III tradotta in italiano.
-------------
“Lettera sui due poteri, del Papa e dell’Imperatore, di cui il secondo deriva dal primo
Come Dio, creatore dell'universo, ha creato due grandi luci nel firmamento del cielo, la più grande per presiedere al giorno e la più piccola per presiedere alla notte, così egli ha stabilito nel firmamento della Chiesa universale, espressa dal nome di cielo, due grandi dignità: la maggiore a presiedere (per così dire) ai giorni cioè alle anime, e la minore a presiedere alle notti cioè ai corpi. Esse sono l'autorità pontificia e il potere regio. Così, come la luna riceve la sua luce dal sole e per tale ragione è inferiore a lui per quantità e qualità, dimensione ed e effetti, similmente il potere regio deriva dall'autorità papale lo splendore della propria dignità e quanto più e con essa a contatto, di tanto maggior luce si adorna, e quanto più ne è distante tanta meno acquista in splendore. Ambedue questi poteri hanno avuto collocata la sede del loro primato in Italia, il qual paese quindi ottenne la precedenza su ogni altro per divina disposizione. E perciò, se pure noi dobbiamo estendere l'attenzione della nostra provvidenza a tutte le province, tuttavia dobbiamo con particolare e paterna sollecitudine provvedere all'Italia, dove furono poste le fondamenta della religione cristiana e dove l'eccellenza del sacerdozio e della dignità si esalta con la supremazia della Santa Sede...

(Data in Laterano il terzo giorno prima delle calende di novembre, 30 ottobre 1198.)
--------------

Per il Centro Studi di San Claudio da Mancini Enzo;  2 aprile 2017.

giovedì 30 marzo 2017

Silvano Scalzini: "Il cibo medievale nella zona contadina del Maceratese"

Filmato a cura di Giorgio Rapanelli


Il Dott. N. Graziosi presenta una sua riflessione su:"Sali (piceni?) in Provenza nel secondo sec a.C."


Sali (piceni?) in Provenza nel secondo sec a.C.

Ci hanno insegnato che la Salaria era la via del sale. La definizione non mi ha mai convinto. Uscito dalle aule scolastiche, affetto dalla passione per i libri antichi, affascinato dalla vastità d’informazioni desumibili da internet, ho cercato smentite; ne ho trovate poche.
Quasi sempre si legge che la Salaria (attuale strada statale 4  Ascoli – Roma) era una “via di scopo” (trasporto del sale). Non è colpa di Plinio il vecchio, (Como 23 – Stabiae 25 agosto 79 eruzione del Vesuvio), in Naturalis historia, XLI, 89: “... sicut apparet ex nomine Salariae viae quoniam illa salem in Sabinos portari convenerat…”  Lodovico Domenichi, pubblicato in Venezia da Giuseppe Antonelli nel 1844, traduce: “come si vede nel nome della via Salaria, così detta, perché per essa si portava il sale ai Sabini (letteralmente: conveniva portare). Altri hanno liberamente tradotto “così chiamata perché attraverso questa i Sabini trasportavano il sale dal mare”. A volte la fortuna aiuta gli audaci e più spesso gli errori.
Certamente ai Sabini il sale romano arrivava sulla Salaria, che non poteva essere via di scopo esclusivo. Pur ammettendo che la Salaria partisse da Roma, non terminava in Sabinia: il suo tracciato era ed è molto maggiore1.
Nelle Marche c’erano e ci sono altre due vie Salarie la Picena (Adriatica) e la Gallica (Fossombrone, Macerata, Urbisaglia, Arquata). Perché tante Salarie in una piccola regione dove le colline si bagnano nell’Adriatico? Sembra razionale che l’insieme delle tre Salarie possa individuare un popolo che intorno ad esse viveva: i Sali (Salii, Salj, Salji, Saluvj, Salientes, Salici; dei vari storici). Questa ipotesi è supportata anche dalle Tavole Eugubine2 “il più antico testo rituale di tutta l’antichità classica” secondo Devoto. In esse è codificato il rito della “Lustrazione (purificazione) dell’esercito”: in molti testi di storia di Roma detto “Armilustrum dei Salii”, festa celebrata il 19 ottobre. Nella tavola 1.b.10-45 il celebrante ordina all’esercito di schierarsi “per curie e per centurie”: i Sali erano molto numerosi, come si può desumere dalle vittime sacrificali: tre vitelle, tre giovenche mature – tre verri rossi o neri, tre scrofe rosse o nere – si producano insaccati neri e bianchi2 – siano presenti prodotti della terra, sale, farina e farro rostito. Il Vocabolario Della Lingua Italiana (1924) di Nicolò Tommasseo per Banchetto saliare intende un convivio ricco e sontuoso come confermato da Orazio Flacco in Odi I, 37.
Nella storiografia classica i Sali sono come un fiume carsico: il più delle volte sono sotterranei e/o vengono confusi con etnie ad essi vicine.
Sono certo che molto altro si debba scovare; lascio il compito a quanti migliori di me.
Resto convinto che i Sali erano popoli forti, sviluppati, numerosi, evoluti e molto antichi, preesistenti agli stessi romani; ne parleremo nel prossimo futuro. Ora mi fa piacere riportare fedelmente quanto pubblicato in due volumi (ultra centenari):

 Dissertazione  Istorica  Fregelli - Pasquale Cayro  Napoli  I795 Stamperìa di Antonio Paci:
“637 di R …”fu determinato di allontanare Fulvio da Roma e fu inviato contro i Popoli Sali,
630 di R “Ma lo stesso Caio Sestio (Calvino console nel 629 di R), allorché esercitava la carica di Proconsolo , avendo soggiogato li popoli Salj della Gallia Transalpina ivi trasportò la riferita Colonia per popolare una Città da lui destinata ſabbricarsi quale per essere stata edificata presso alcune fonti di acque, riguardo a queste, ed al suo nome si appellò Aquae  Sextia nobile citta di Provenza sotto il nome di Aix, ora celebre”3

2  Roma descritta e illustrata. .. volume unico – venezia – Tommaso Fontana Ed. 1844
“La prima di queste nazioni, che fu attaccata dai romani sotto la condotta di Sestio, fu quella cui il commercio dei salumi2 lungo le spiaggie del Mediterraneo avea da lunga pezza fatto distinguere col nome di sali. Essa a quel tempo era retta da un re chiamato Teutomalias, difesa da alta montagna sopra un suolo generalmente poco fertile. Sestio a traverso di un paese frastagliato da foreste e da dirupi, marciò fremente contro questi galli, cui il solo aspetto rendeva terribili. La loro statura vantaggiosa, la loro intrepidità, le lor armi, e la loro unione facevano temere ai romani di trovar nell'occidente dei nemici ben più formidabili di quelli da essi rinvenuti nell'oriente. Ma le legioni non perciò ristettero dall'avanzarsi nella regione dei sali la più vicina a Marsiglia,

 la quale pure era appartenuta altra volta a que' popoli. Dal luogo più delizioso del paese donde scaturivano molte fontane d'acqua calda, che intramezzavansi con altre sorgenti di fredda, i romani scorsero le truppe nemiche ordinate in battaglia. Sestio senza perdere un momento fece dar loro la carica, e le volse tostamente in fuga. Questa prima vittoria riportata sui galli sali capitaneggiati dal loro stesso re Teutomalias, e sul loro medesimo territorio, bastò al proconsole onde fare il conquisto dell'intera nazione. L'armata romana, posto l'assedio alla capitale, la prese malgrado il numero de' suoi difensori, e ridusse in ischiavitù gli abitanti. Teutomalias fu presso che il solo che abbia potuto salvarsi, rifuggiandosi presso gli allobroghi di lui vicini.
Solevano bene spesso i generali romani, quando miravano ad assoggettare un popolo, e tenerlo a dovere, di segnalare le prime loro imprese con qualche tratto di clemenza onde addolcire gli animi dei vinti. Narra Diodoro di Sicilia che mentre Sestio faceva rendere gli abitanti di una città di cui s'era impadronito giusta l'uso di que' tempi, un certo Cratone, che veniva condotto incatenato cogli altri, si presentò a lui, rappresentando che la sua costante amicizia pei romani, e il suo attaccamento per i loro interessi gli avevano sovente fatto soffrire dei mali trattamenti per parte de' suoi concittadini: il che udito il proconsole, e riconosciuta ch'ebbe la verità del fatto, non solamente lasciò in libertà Cratone con tutta la sua famiglia, ma promise altresì di francare dalla schiavitù novecento prigionieri. L'amicizia cui Sestio testificò dipoi costantemente a Cratone provò ai sali la riconoscenza de' nuovi loro padroni, e fu un legame che unilli ad essi.
Dopo avere stabilita la dominazione romana ben innanzi nella Liguria transalpina, Sestio studiò come si potesse renderla permanente. Egli credette, ed a ragione, non esservi mezzo migliore a contenere questo popolo di carattere per natura incostante, che quello di fondere una colonia romana in quel sito stesso, in cui avea egli ottenuta la sua prima vittoria. Un luogo sì fecondo per chiare acque e calde e fredde, gli parve adattato a divenire una città abitabile da' romani. Fe' perciò dar mano al lavoro, e mise in opera gli stessi suoi legionari ad edificare abitazioni, ed erigere baluardi e torri: finalmente impose il proprio nome alla novella città, chiamar facendola Aquae Sestiae: essa sussiste ancora al giorno d'oggi sotto il nome Aix di Provenza. Questo proconsole rifinito dalle fatiche di una penosa campagna, e dai dolori della gotta, apprezzava meglio che ogni altro l'utilità de' bagni termali la cui istituzione era d'altronde favorita dalla località… In questo mezzo Sestio purgò dai Sali tutte le spiaggie da Marsiglia sino all'Italia, confinandoli a duemillecinquecento passi lungi dal mare, e lasciò tutta cotesta costa ai marsigliesi, i quali si accorsero forse della imprudenza commessa nell'aver chiamato a se vicini così pericolosi”3 
CONSIDERAZIONI
Questi autori (ed anche altri) scrivono Popoli Sali, Sali, Galli Sali, Questi Sali, saluvi salui considerandoli sinonimi; se questi vari nomi individuano lo stesso popolo, si deve dedurre che hanno la stessa origine; non ho ancora trovato un testo che ne parli chiaramente. Erano italici (gravitanti intorno alle vie Salarie?), rifugiati al nord dopo la conquista romana dell’Italia centrale e/o preesistenti.
Da quanto sopra, è documentato che i Sali hanno lungamente vissuto in Provenza, aldiquà e aldilà delle Alpi, sia prima sia dopo i sette anni di guerra con Roma. Se si evidenziano riti, tradizioni e linguaggi italici è pienamente normale; sarebbe strano il contrario.
Il re di questi Sali o Galli Sali era Teutomalias, il quale ottenne da Sestio la potestà di francare dalla schiavitù novecento dei suoi. Non è dato sapere come poi si siano chiamati. Forse Franchi Teutones (perché francati di Teutomalias) anche se erano Sali, Galli Sali,  popoli Salj della Gallia Transalpina. Nel capitolo “Della liberalità” in Roma Antica e Moderna – Roisecco Roma 1765 si afferma l’uso sfrenato, dei romani, di francare i popoli vinti: “rendendosi con un tal atto tributari per sempre gli animi di quelli (i prigionieri vinti), che dalle contribuzioni, ed aggravi servili erano stati generosamente assoluti. I francati (Franchi) dovevano essere una moltitudine. I romani hanno poi accertato che la gratitudine, ammesso che esista, ha vita incerta; è un fiore caduco, presto appassisce e avvelena l’aria di chi l’ha custodito. La storia è (dovrebbe essere) maestra di vita. Invece…

1 vedi: strade romane nel piceno
2 vedi: la storia del salato

3 questa deportazione, descritta da altri storici, viene dimostrata non vera dallo stesso Cayro