mercoledì 21 giugno 2017

A proposito di:"Il ritrovamento della tomba..."


ABSTRACT
Si è voluto verificare scientificamente la tesi del professor Giovanni Carnevale, il quale, dopo una rilettura scrupolosa delle Fonti altomedioevali, colloca Aquisgrana in Val di Chienti e indica la chiesa di San Claudio come la Cappella Palatina di Carlo Magno.
Constatato che i documenti attestano che nella Cappella Palatina sono presenti le sepolture di due imperatori: Carlo Magno, sotto l'arcosolio e Ottone III, davanti all'altare, abbiamo realizzato una indagine con il georadar per verificare tale rispondenza.
I dati delle indagini, condotte da due geologi, hanno rilevato evidenti anomalie, sotto la pavimentazione, in corrispondenza della ubicazione delle tombe, all’interno della chiesa di San Claudio, come indicato dalle fonti.
Mentre i geologi si sono limitati ad interpretare in modo specialistico i risultati del loro lavoro, l’analisi archeologica, ha ritenuto realistica la connessione tra i dati del georadar e l’ubicazione riportata dai documenti, in riferimento alle sepolture dei due Imperatori.

I risultati delle indagini effettuate a San Claudio rivestono una notevole importanza, perché ad Aachen le ricerche archeologiche per l'individuazione delle due sepolture sono proseguite inutilmente per più di cento anni senza dare alcun risultato positivo.

giovedì 20 aprile 2017

Innocentius etc. Rectoribus Thusciae, et Ducatus.

Innocentius etc. Rectoribus Thusciae, et Ducatus.

Sicut Universitatis conditor Deus duo magna luminaria in firmamentum Coeli constituit, luminare majus, ut praeesset diei; et luminare minus, ut nocti praeesset; sic ad firmamentum universalis Ecclesiae quae Caeli nomine nuncupatur,  duas magnas instituit dignitates, majorem, quae quasi diebus , animabus praeesset, et minorem quae quasi noctibus praeesset corporibus: quae sunt Pontificalis auctoritas et Regalis potestas.
Porro sicut lumen suum a sole sortitur, quae revera minor est illo quantitate simul et qualitate, situ pariter et effectu; sic regalis potestas ab auctoritate Pontificalis suae sortitur dignitatis splendorem; cujus conspectui quanto magis inhaeret , tanto minori lumine decoratur, et quo plus ab ejus elongatur aspectu, eo plus proficit splendore.
Utraque vero potestas sive primatus sedem in Italia meruit obtinere, quae dispositione divina super universas provincias obtinuit principatum, et ideo licet ad universas provincias nostrae provisionis aciem extendere debeamus, specialiter  tamen Italiae paterna nos convenit solicitudine providere, in qua Christianae religionis fundamentum existit, et per Apostolicae Sedis primatum Sacerdotii simul et regni praeminet principatus.
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Hujus autem provisionis officium laudabiliter exercemus , si per nostrae solicitudinis studium procuramus ne filii fiant servi, neque minores a majoribus opprimantur; ut servata moderaminis aequitate sic isti serviant quod illi non saeviant; ut nec isti subesse contemnant , nec illi contendant praeesse. Volentes ergo vos tanquam speciales filios Apostolicae protectionis bracchiis amplexari, firmum gerimus in deliberatione nostra propositum, ad Divini nominis gloriam, et Apostolicae Sedis honorem, quantum cum nostra possumus honestate, vobis adversus oppressionis incursum, et gravaminis insolentiam nostrum patrocinium exhibere; quatenus per Apostolicae protectionis auxilium in debito statu perseverare possitis, et inita jam concordia semper inter vos de bono in melius perseveret.
Sperantes et pro certo tenentes quod nos vobis et Ecclesiae Romanae gratum semper 
Devotionis obsequium receperimus, utrimque grata debeat utilitas procurari.
Monemus igitur universitatem vestram , et exhortamur in Domino, per Apostolica scripta mandantes, quatenus certam et firmam de nobis fiduciam obtinentes, qui, sicut Apostolicae convenit gravitati, plus facere pro vobis quam promittere vobis intendimus, ea semper agere studeatis quae ad honorem et profectum Ecclesiae Rom. Proveniant, ut merito debeatis ipsius favoris dextera communiri.
Datum Laterani III. Kal. Novembris.

Questo è il testo in latino della lettera di Innocenzo III al console di Firenze e al duca di Spoleto. Se si può chiamare bolla, come ho fatto in precedenza, sinceramente non lo so.
So che mi sono fidato di un libro del 1997, che usavo al liceo, da cui ho preso la traduzione.
Quando ho letto il testo originale mi sono reso conto che il mio professore di latino, la buonanima di don Domenico Follenti,  a questa traduzione probabilmente non avrebbe dato la sufficienza.
Allora ho tolto la polvere dal vocabolario che non usavo da anni e mi sono messo a fare i compiti. Forse avrei potuto fare meglio, ma ho preferito essere il più fedele possibile al testo originale. Ho messo qualcosa fra parentesi perché fosse più chiaro il concetto espresso dal testo latino.
Poi ho anche dato un’occhiata in giro su Internet per vedere come erano le altre traduzioni. Chi ha voglia veda e confronti con i propri occhi.
E qui mi sono venuti i pensieri cattivi, ma non li voglio esternare: chi me lo fa fare?
Già prendo abbastanza insulti, come del resto anche don Carnevale.
Ma a me sembra che in giro ci sia poca gente a cui interessi la verità della storia medioevale della nostra regione.
Una cosa però la dico: togliere il Latino dalla scuola italiana come materia obbligatoria è stato un vero disastro per la nostra nazione.
Ecco di seguito la mia traduzione: mi sono fermato a metà della lettera, come fanno un po’ tutti..
Così è più semplice fare il confronto con le traduzioni che si trovano in giro, comprese quelle dei testi di storia scolastici.

Innocenzo  ai rettori della Tuscia (console di Firenze Acerbo) e del Ducato ( di Spoleto)

Come Dio, costruttore dell’Universo, ha costituito due grandi luminari nel firmamento del Cielo, il luminare più grande per presiedere al giorno e il luminare più piccolo per presiedere alla notte, così nel firmamento della Chiesa universale, istituita in nome del Cielo, costituì due grandi dignità, la maggiore che, come ai giorni, presiedesse alle anime, e la minore che, come alle notti, presiedesse ai corpi: che sono l’autorità Pontificia e il potere del Re.
Inoltre come il luminare che realmente è minore prende la sua luce dal sole, minore al sole per quantità e qualità, parimenti per posizione ed effetto; così il potere regale riceve lo splendore della sua dignità dall’autorità del Pontefice; al cui cospetto quanto più si accosta, di tanta meno luce è adornato, e al quale aspetto quanto più si allontana, tanto più da esso trae splendore.
L’uno e l’altro potere o primato meritò di ottenere la sede in Italia, che per disposizione divina ottenne il primato sopra tutte le provincie, per questo sebbene dobbiamo estendere a tutte le provincie la perspicacia della nostra cura, tuttavia specialmente all’Italia è bene che noi provvediamo con paterna sollecitudine, nella quale ( Italia) si trova il fondamento della religione cristiana, e che sovrasta ( gli altri paesi) sia per il primato sacerdotale della Sede Apostolica sia per il supremo potere del regno (del Re) . (Per essere ancora più chiari, dell’Imperatore del Sacro Romano Impero ).


Macerata 20 aprile 2017  Mancini Enzo

mercoledì 12 aprile 2017

CONCORDIAMO PIENAMENTE CON L'ILLUSTRE ARCHEOLOGO ANDREAS SCHAUB


Dall'agenzia Adnkronos del 18 maggio 2010 apprendiamo quanto segue:


Germania: archeologi smentiscono leggenda su tomba Carlomagno
non si trova nell'atrio della cattedrale di Aquisgrana
Aquisgrana, 18 mag. (Adnkronos/Dpa) - La tomba originaria di Carlomagno non si trova nell'atrio della cattedrale di Aquisgrana come si era finora pensato. A smentire la popolare teoria è stato un team di archeologi che per tre anni ha cercato invano tracce della sepoltura dell'imperatore morto nell'814.
Malgrado le ricerche, le tracce più antiche trovate nel sottosuolo dell'atrio risalgono al 13esimo secolo, 400 anni dopo la morte di Carlomagno. Da centinaia di anni ci si interroga sul luogo esatto dove fu sepolto e dagli anni Ottanta si era fatta strada fra gli esperti l'ipotesi dell'atrio della cattedrale. Andreas Schaub, l'archeologo che ha guidato le ricerche, si dice tuttavia "certo che Carlemagno sia stato sepolto ad Aquisgrana e certo che ciò sia avvenuto nell'area della cattedrale".
Carlomagno morì la mattina del 28 gennaio 814 e fu sepolto il giorno stesso. Circa 250 anni dopo, l'imperatore Federico Barbarossa ne fece trasferire le ossa in un'urna che da allora è conservata nella cattedrale

............
Che Carlo Magno sia stato sepolto ad Aquisgrana lo affermiamo anche noi , ma suggeriamo a Schaub di cercarlo nella vera Aquisgrana. 

martedì 4 aprile 2017

Un grazie di cuore al Prof. Enzo Mancini per questa interessante analisi sulla bolla del papa Innocenzo III.

Sicut Universitatis Conditor

Noi  valdichientisti stiamo da anni a dire che Aquisgrana stava in Italia come se fosse una rivoluzione per la storia d’Italia e d’Europa. Ma nessuno si è accorto di quello che dice la bolla del papa Innocenzo III , scritta nell’esercizio delle sue funzioni, o meglio emanata, a pochi mesi dalla sua elezione al soglio pontificio? 
Questo papa con Gregorio VII  e Bonifacio VIII  è da considerare fra i massimi teorici della supremazia del potere spirituale sul potere temporale, del diritto della Chiesa Cattolica Romana ad essere titolare di uno Stato Pontificio, della superiorità del papa sulla corona del Sacro Romano Impero. Va bene che il dogma dell’infallibilità del successore di Pietro non era ancora stato definito, ma il pontefice lo doveva sapere bene dove era la sede del Sacro Romano Impero cominciato con Carlo Magno.
Allora io mi domando: cosa dicono gli storici ufficiali delle parole della bolla che io ho evidenziato in neretto?
Che si era distratto un attimino? Oppure che la sua cancelleria gli fece uno scherzo?
Oppure sono io che ho preso un granchio? Che qualcuno me lo spieghi.
E pensare che l’operazione “Translatio Imperii” era già cominciata con Federico Barbarossa.
Ricordo che alla data della bolla di cui parliamo il titolo di Imperatore era vacante: Enrico VI era morto l’anno prima; Federico II aveva solo quattro anni; Ottone di Brunswick venne incoronato solo nel 1209.
Inoltre Costanza d’Altavilla morì il mese successivo; nel 1204 Costantinopoli fu saccheggiata dai crociati; nel 1209 cominciò la crociata contro gli Albigesi  con il massacro di Beziers ; nello stesso anno Innocenzo III approvò l’ordine dei frati minori di San Francesco, ma solo verbalmente. Prima di morire, a Perugia, nel 1216, fece in tempo a deporre Ottone IV e a far consacrare imperatore il suo pupillo Federico II.
Ma se Federico II fu incoronato ad Aquisgrana nel 1215, quale papa lo incoronò, visto che Innocenzo III ad Aachen non ci andò mai di sicuro?
Insomma Lotario dei conti di Segni, nonostante fosse di salute cagionevole, si dette da fare, sia da papa che non.
Potremmo dire che sapeva cavalcare la tigre come pochi uomini nella storia.
Morì a Perugia che non se lo aspettavano, a cinquantacinque anni.
Jacques de Vitry testimonia che fu lasciato alla mercé dei ladri e che puzzava già parecchio prima di essere sepolto: “ …Ho veduto coi miei occhi come è breve, vana ed effimera la gloria di questo mondo.”
Aveva studiato diritto a Bologna e teologia a Parigi; il successore Onorio III conferì diversi privilegi alle università di Bologna e Parigi; anche il nipote, che diventò Gregorio IX, studiò a Bologna e a Parigi.
Anche Dante frequentò Parigi, dicono il Boccaccio e il Villani, ma sembra matematico che Dante non varcò mai le Alpi.
Ma non sarà che quella Parigi stava molto più vicina di quanto crediamo, come ipotizza Simonetta Torresi?
Ma non mettiamo troppa carne a cuocere.
Ecco di seguito il testo della bolla di Innocenzo III tradotta in italiano.
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“Lettera sui due poteri, del Papa e dell’Imperatore, di cui il secondo deriva dal primo
Come Dio, creatore dell'universo, ha creato due grandi luci nel firmamento del cielo, la più grande per presiedere al giorno e la più piccola per presiedere alla notte, così egli ha stabilito nel firmamento della Chiesa universale, espressa dal nome di cielo, due grandi dignità: la maggiore a presiedere (per così dire) ai giorni cioè alle anime, e la minore a presiedere alle notti cioè ai corpi. Esse sono l'autorità pontificia e il potere regio. Così, come la luna riceve la sua luce dal sole e per tale ragione è inferiore a lui per quantità e qualità, dimensione ed e effetti, similmente il potere regio deriva dall'autorità papale lo splendore della propria dignità e quanto più e con essa a contatto, di tanto maggior luce si adorna, e quanto più ne è distante tanta meno acquista in splendore. Ambedue questi poteri hanno avuto collocata la sede del loro primato in Italia, il qual paese quindi ottenne la precedenza su ogni altro per divina disposizione. E perciò, se pure noi dobbiamo estendere l'attenzione della nostra provvidenza a tutte le province, tuttavia dobbiamo con particolare e paterna sollecitudine provvedere all'Italia, dove furono poste le fondamenta della religione cristiana e dove l'eccellenza del sacerdozio e della dignità si esalta con la supremazia della Santa Sede...

(Data in Laterano il terzo giorno prima delle calende di novembre, 30 ottobre 1198.)
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Per il Centro Studi di San Claudio da Mancini Enzo;  2 aprile 2017.

giovedì 30 marzo 2017

Silvano Scalzini: "Il cibo medievale nella zona contadina del Maceratese"

Filmato a cura di Giorgio Rapanelli


Il Dott. N. Graziosi presenta una sua riflessione su:"Sali (piceni?) in Provenza nel secondo sec a.C."


Sali (piceni?) in Provenza nel secondo sec a.C.

Ci hanno insegnato che la Salaria era la via del sale. La definizione non mi ha mai convinto. Uscito dalle aule scolastiche, affetto dalla passione per i libri antichi, affascinato dalla vastità d’informazioni desumibili da internet, ho cercato smentite; ne ho trovate poche.
Quasi sempre si legge che la Salaria (attuale strada statale 4  Ascoli – Roma) era una “via di scopo” (trasporto del sale). Non è colpa di Plinio il vecchio, (Como 23 – Stabiae 25 agosto 79 eruzione del Vesuvio), in Naturalis historia, XLI, 89: “... sicut apparet ex nomine Salariae viae quoniam illa salem in Sabinos portari convenerat…”  Lodovico Domenichi, pubblicato in Venezia da Giuseppe Antonelli nel 1844, traduce: “come si vede nel nome della via Salaria, così detta, perché per essa si portava il sale ai Sabini (letteralmente: conveniva portare). Altri hanno liberamente tradotto “così chiamata perché attraverso questa i Sabini trasportavano il sale dal mare”. A volte la fortuna aiuta gli audaci e più spesso gli errori.
Certamente ai Sabini il sale romano arrivava sulla Salaria, che non poteva essere via di scopo esclusivo. Pur ammettendo che la Salaria partisse da Roma, non terminava in Sabinia: il suo tracciato era ed è molto maggiore1.
Nelle Marche c’erano e ci sono altre due vie Salarie la Picena (Adriatica) e la Gallica (Fossombrone, Macerata, Urbisaglia, Arquata). Perché tante Salarie in una piccola regione dove le colline si bagnano nell’Adriatico? Sembra razionale che l’insieme delle tre Salarie possa individuare un popolo che intorno ad esse viveva: i Sali (Salii, Salj, Salji, Saluvj, Salientes, Salici; dei vari storici). Questa ipotesi è supportata anche dalle Tavole Eugubine2 “il più antico testo rituale di tutta l’antichità classica” secondo Devoto. In esse è codificato il rito della “Lustrazione (purificazione) dell’esercito”: in molti testi di storia di Roma detto “Armilustrum dei Salii”, festa celebrata il 19 ottobre. Nella tavola 1.b.10-45 il celebrante ordina all’esercito di schierarsi “per curie e per centurie”: i Sali erano molto numerosi, come si può desumere dalle vittime sacrificali: tre vitelle, tre giovenche mature – tre verri rossi o neri, tre scrofe rosse o nere – si producano insaccati neri e bianchi2 – siano presenti prodotti della terra, sale, farina e farro rostito. Il Vocabolario Della Lingua Italiana (1924) di Nicolò Tommasseo per Banchetto saliare intende un convivio ricco e sontuoso come confermato da Orazio Flacco in Odi I, 37.
Nella storiografia classica i Sali sono come un fiume carsico: il più delle volte sono sotterranei e/o vengono confusi con etnie ad essi vicine.
Sono certo che molto altro si debba scovare; lascio il compito a quanti migliori di me.
Resto convinto che i Sali erano popoli forti, sviluppati, numerosi, evoluti e molto antichi, preesistenti agli stessi romani; ne parleremo nel prossimo futuro. Ora mi fa piacere riportare fedelmente quanto pubblicato in due volumi (ultra centenari):

 Dissertazione  Istorica  Fregelli - Pasquale Cayro  Napoli  I795 Stamperìa di Antonio Paci:
“637 di R …”fu determinato di allontanare Fulvio da Roma e fu inviato contro i Popoli Sali,
630 di R “Ma lo stesso Caio Sestio (Calvino console nel 629 di R), allorché esercitava la carica di Proconsolo , avendo soggiogato li popoli Salj della Gallia Transalpina ivi trasportò la riferita Colonia per popolare una Città da lui destinata ſabbricarsi quale per essere stata edificata presso alcune fonti di acque, riguardo a queste, ed al suo nome si appellò Aquae  Sextia nobile citta di Provenza sotto il nome di Aix, ora celebre”3

2  Roma descritta e illustrata. .. volume unico – venezia – Tommaso Fontana Ed. 1844
“La prima di queste nazioni, che fu attaccata dai romani sotto la condotta di Sestio, fu quella cui il commercio dei salumi2 lungo le spiaggie del Mediterraneo avea da lunga pezza fatto distinguere col nome di sali. Essa a quel tempo era retta da un re chiamato Teutomalias, difesa da alta montagna sopra un suolo generalmente poco fertile. Sestio a traverso di un paese frastagliato da foreste e da dirupi, marciò fremente contro questi galli, cui il solo aspetto rendeva terribili. La loro statura vantaggiosa, la loro intrepidità, le lor armi, e la loro unione facevano temere ai romani di trovar nell'occidente dei nemici ben più formidabili di quelli da essi rinvenuti nell'oriente. Ma le legioni non perciò ristettero dall'avanzarsi nella regione dei sali la più vicina a Marsiglia,

 la quale pure era appartenuta altra volta a que' popoli. Dal luogo più delizioso del paese donde scaturivano molte fontane d'acqua calda, che intramezzavansi con altre sorgenti di fredda, i romani scorsero le truppe nemiche ordinate in battaglia. Sestio senza perdere un momento fece dar loro la carica, e le volse tostamente in fuga. Questa prima vittoria riportata sui galli sali capitaneggiati dal loro stesso re Teutomalias, e sul loro medesimo territorio, bastò al proconsole onde fare il conquisto dell'intera nazione. L'armata romana, posto l'assedio alla capitale, la prese malgrado il numero de' suoi difensori, e ridusse in ischiavitù gli abitanti. Teutomalias fu presso che il solo che abbia potuto salvarsi, rifuggiandosi presso gli allobroghi di lui vicini.
Solevano bene spesso i generali romani, quando miravano ad assoggettare un popolo, e tenerlo a dovere, di segnalare le prime loro imprese con qualche tratto di clemenza onde addolcire gli animi dei vinti. Narra Diodoro di Sicilia che mentre Sestio faceva rendere gli abitanti di una città di cui s'era impadronito giusta l'uso di que' tempi, un certo Cratone, che veniva condotto incatenato cogli altri, si presentò a lui, rappresentando che la sua costante amicizia pei romani, e il suo attaccamento per i loro interessi gli avevano sovente fatto soffrire dei mali trattamenti per parte de' suoi concittadini: il che udito il proconsole, e riconosciuta ch'ebbe la verità del fatto, non solamente lasciò in libertà Cratone con tutta la sua famiglia, ma promise altresì di francare dalla schiavitù novecento prigionieri. L'amicizia cui Sestio testificò dipoi costantemente a Cratone provò ai sali la riconoscenza de' nuovi loro padroni, e fu un legame che unilli ad essi.
Dopo avere stabilita la dominazione romana ben innanzi nella Liguria transalpina, Sestio studiò come si potesse renderla permanente. Egli credette, ed a ragione, non esservi mezzo migliore a contenere questo popolo di carattere per natura incostante, che quello di fondere una colonia romana in quel sito stesso, in cui avea egli ottenuta la sua prima vittoria. Un luogo sì fecondo per chiare acque e calde e fredde, gli parve adattato a divenire una città abitabile da' romani. Fe' perciò dar mano al lavoro, e mise in opera gli stessi suoi legionari ad edificare abitazioni, ed erigere baluardi e torri: finalmente impose il proprio nome alla novella città, chiamar facendola Aquae Sestiae: essa sussiste ancora al giorno d'oggi sotto il nome Aix di Provenza. Questo proconsole rifinito dalle fatiche di una penosa campagna, e dai dolori della gotta, apprezzava meglio che ogni altro l'utilità de' bagni termali la cui istituzione era d'altronde favorita dalla località… In questo mezzo Sestio purgò dai Sali tutte le spiaggie da Marsiglia sino all'Italia, confinandoli a duemillecinquecento passi lungi dal mare, e lasciò tutta cotesta costa ai marsigliesi, i quali si accorsero forse della imprudenza commessa nell'aver chiamato a se vicini così pericolosi”3 
CONSIDERAZIONI
Questi autori (ed anche altri) scrivono Popoli Sali, Sali, Galli Sali, Questi Sali, saluvi salui considerandoli sinonimi; se questi vari nomi individuano lo stesso popolo, si deve dedurre che hanno la stessa origine; non ho ancora trovato un testo che ne parli chiaramente. Erano italici (gravitanti intorno alle vie Salarie?), rifugiati al nord dopo la conquista romana dell’Italia centrale e/o preesistenti.
Da quanto sopra, è documentato che i Sali hanno lungamente vissuto in Provenza, aldiquà e aldilà delle Alpi, sia prima sia dopo i sette anni di guerra con Roma. Se si evidenziano riti, tradizioni e linguaggi italici è pienamente normale; sarebbe strano il contrario.
Il re di questi Sali o Galli Sali era Teutomalias, il quale ottenne da Sestio la potestà di francare dalla schiavitù novecento dei suoi. Non è dato sapere come poi si siano chiamati. Forse Franchi Teutones (perché francati di Teutomalias) anche se erano Sali, Galli Sali,  popoli Salj della Gallia Transalpina. Nel capitolo “Della liberalità” in Roma Antica e Moderna – Roisecco Roma 1765 si afferma l’uso sfrenato, dei romani, di francare i popoli vinti: “rendendosi con un tal atto tributari per sempre gli animi di quelli (i prigionieri vinti), che dalle contribuzioni, ed aggravi servili erano stati generosamente assoluti. I francati (Franchi) dovevano essere una moltitudine. I romani hanno poi accertato che la gratitudine, ammesso che esista, ha vita incerta; è un fiore caduco, presto appassisce e avvelena l’aria di chi l’ha custodito. La storia è (dovrebbe essere) maestra di vita. Invece…

1 vedi: strade romane nel piceno
2 vedi: la storia del salato

3 questa deportazione, descritta da altri storici, viene dimostrata non vera dallo stesso Cayro

sabato 11 marzo 2017

La sindaca di Corridonia consegna la cittadinanza onoraria al prof. Giovanni Carnevale


   L'oliva "Carlo Magno", con ripieno di ciauscolo, è stata creata per l'occasione della cerimonia di consegna della Cittadinanza onoraria al prof. Carnevale. Come si vede è già in trono.

venerdì 10 marzo 2017

Alla ricerca dei luoghi in cui è vissuto ed ha acquisito il potere il duca Federica III di Svevia (Barbarossa). Ricerca di Massimo Orlandini

Da oltre 10 anni l'amico Massimo Orlandini effettua una ricerca puntuale sulla Marca di Ancona e la conseguente carica che la storiografia ufficiale ha assegnato a Federico e Guarnerio.
La notevole quantità di documenti  che l'Orlandini ci presenta dimostrano che fino al tredicesimo secolo nelle fonti non vi è stata mai traccia di una Marca di Ancona e quindi del suo duca e marchese.
Esistono però nello stesso periodo due personaggi: Federico e Guarnerio a cui viene attribuito il titolo di duca e marchese.
Secondo la tesi di Orlandini tali cariche di duca e marchese, attribuite in particolare a Federico, si riferiscono a controllo di una area del centro-orientale dell'Italia e derivano solo dallo stretto vincolo di parentela con gli imperatori regnanti negli stessi anni.
La tesi è avvalorata soprattutto dalla evidente autorità  dimostrata da costoro ad esempio nel concedere l'esenzione del "fodrum" al monastero di Fonte Avellana.


domenica 5 marzo 2017

Come da noi anticipato con la relazione del Prof. Enzo Mancini anche "il Resto del Carlino" ci informa che "Hitler cercava prove sugli ariani" a Jesi


L'articolo sotto riportato sul Resto del Carlino ci fa credere che le storie, che ancora circolano nel maceratese, su quanto accadde alla fine della seconda guerra mondiale e da noi  pubblicate lo scorso anno, hanno una solida base di attendibilità.
Per facilitarvi la lettura riportiamo integralmente i nostri due articoli.



martedì 22 novembre 2016
Pubblichiamo una relazione ricevuta del Dott. Piero Giustozzi
Fatti misteriosi a San Claudio durante l’occupazione tedesca (1943-1944).
                                     
                                                            

Wolfgang Hagemann fu un famoso studioso del Medioevo, principalmente delle relazioni intercorse fra la dinastia degli Hohenstaufer e la città di Jesi e alcuni centri comunali del fermano e del maceratese. Già nel 1937 ne aveva visitato gli archivi storici senza essere controllato. Durante l’occupazione tedesca, a San Claudio, oltre ad un contingente di militari tedeschi, una importante delegazione di alto livello ispezionò la chiesa. Non sappiamo se per disposizione di Hagemann o dallo stesso guidata. Cosa cercava e cosa ha portato via? Mistero. Mistero che aveva eccitato la curiosità del giovane parroco don Benedetto Nocelli da indurlo a chiedere, nei primi anni Sessanta, alle persone più anziane notizie sulla famosa mummia  e su altri fatti strani avvenuti durante l’occupazione tedesca. Mistero che tenteremo di chiarire.
Lino Martinelli (1923) ricorda, che durante le incursioni aeree delle forze alleate sulla tratta ferroviaria Civitanova – Tolentino, la popolazione di San Claudio trovava un sicuro rifugio nella chiesa, con la certezza che non sarebbe stata colpita.
Di quel periodo turbolento e tragico, le fonti bibliografiche e documentali, le testimonianze,  sebbene lacunose e talvolta contraddittorie, ci permettono di proporre con una certa attendibilità gli avvenimenti e di avanzare alcune ipotesi interpretative. Abbiamo tratto informazioni dal manoscritto inedito Vita vissutadel dott. Costantino Lanzi, primo sindaco di Corridonia dopo la Liberazione, daL’ultima guerra in val di Chienti (1940-1946)di Aldo Chiavari, da Guerra ai nazisti il racconto di un patriota chiamato “Verdi” di Mario Fattorini, dai documenti del Cln comunale, da varie testimonianze, le più significative quelle di don Benedetto Nocelli, parroco di San Claudio dal 1962 al 2011, di Claudio Principi e dei nipoti di don Giovanni Michetti, pievano e parroco di San Claudio dal 1923 al 1956.

A supporto della nostra ipotesi, brevemente proponiamo qui soltanto le uccisioni di soldati tedeschi, tralasciando gli altri avvenimenti.
Il ten. Mario Taglioni (1918) era il comandante partigiano di Corridonia, Mogliano e Petriolo.
Dopo l’inutile assassinio del fascista Goliardo Compagnucci per mano di Guglielmo Palombari, (rappresaglia della milizia fascista evitata per l’intervento del segretario del fascio locale), le azioni d’attacco dei partigiani si concentrano nel mese di giugno 1944, quando ormai è imminente dell’arrivo dell’armata polacca.
Assaltano nella zona di Cigliano una colonna tedesca. Tre soldati uccisi. Mario Taglioni da solo uccide nel campo d’aviazione di Sarrocciano una sentinella tedesca, asporta parti di una mitragliatrice e taglia  i fili della linea telefonica.
Guglielmo Palombari ( Gugliè de Panara) accoppa a casa Spalletti, con un colpo alla nuca, un soldato tedesco intento a suonare il pianoforte. Carica il cadavere su una carriuola in uso ai muratori e lo fa scomparire. Un altro tedesco viene ucciso il 19 giugno sotto il ponte di Chienti. Al riguardo non esistono altre informazioni. Un soldato tedesco di guardia al comando tedesco installatosi nella scuola di San Claudio, situata lungo la nazionale e vicino al mulino Franceschetti, di notte è ucciso da due sedicenti partigiani di Corridonia. Su questo delitto, per molti aspetti emblematico della guerra civile, non esiste documentazione. Ne siamo, tuttavia, venuti a conoscenza per la testimonianza dei fratelli Foresi, allora poco più che ragazzi. Storia che racconterò nel prossimo libro.
Per queste uccisioni non si hanno rappresaglie da parte del comando tedesco. Per l’uccisione della sentinella della scuola, il comando tedesco si astenne avendo ottenuto prove incontrovertibili della non colpevolezza degli abitanti della zona. Più complessa la questione relativa all’uccisione della sentinella di Sarrocciano. La rappresaglia fu evitata grazie ai buoni rapporti tra la popolazione della contrada e i soldati che compresero come l’attacco notturno fosse da attribuirsi ad elementi partigiani. Gli agricoltori della tenuta di Sarrocciano ricordano e sottolineano infatti la forma di pacifica convivenza tra le loro famiglie i reparti germanici costituiti in maggioranza da elementi di religione cattolica…
Si registra un’altra uccisione di un soldato tedesco sempre nel mese di giugno. Claudio Principi ( ci riferì di sapere il nome dell’autore del delitto, che mai però avrebbe rivelato nemmeno sotto tortura), don Benedetto Nocelli, i nipoti di don Giovanni Michetti hanno affermato che il sacerdote riuscì a evitare una rappresaglia perché convinse il comandante tedesco a rispettare il quinto comandamento non uccidere.
Non è possibile con esattezza accertare se questo sia un nuovo delitto o faccia riferimento agli altri.
Certamente, così come riferita da più testimoni, appare verosimile la motivazione di carattere religioso.
Il ragguardevole interesse, tuttavia, di Hagemann e delle gerarchie tedesche per l’abbazia di San Claudio e per le ricerche effettuate negli archivi dei nostri comuni ci suggeriscono un’ipotesi diversa.
Nei lavori di restauro del 1924-1926, sotto l’altare della chiesa fu rinvenuto la salma mummificata di un guerriero dai capelli biondo rossicci e con a fianco una spada. Don Giovanni Michetti, in quel periodo pievano di San Claudio, dà testimonianza scritta del suo ritrovamento, ma non sa dove sia stata portata. Ed è una grossa bugia. Sapeva benissimo, come la maggior parte dei parrocchiani, dove era stata deposta. Le testimonianze, poi, concordi di almeno tre giovanotti del tempo, ripetute infinite volte alle persone della zona e giunte fino a noi, hanno indicato il luogo esatto dove trovarla: vicino alla prima colonna a destra della chiesa. Anzi ne hanno perfino indicato il punto preciso.
La nostra ipotesi è che don Giovanni Michetti  abbia potuto impedire la rappresaglia non tanto perché il comandante tedesco era un fervente cattolico quanto bensì perché gli aveva consegnato la mummia. Può sembrare una ipotesi suggestiva, ma non meno credibile di quella fondata sulla magnanimità, ispirata da motivi religiosi, del comandante tedesco. Le memorie testimoniali di don Giovanni sono pressoché inesistenti. Quella dettata a don Benedetto negli anni Sessanta lascia intendere la volontà di negare una verità scomoda.
Un altro tragico fatto rende più credibile la nostra ipotesi. Il 22 giugno 1944 a San Claudio ( i polacchi erano il giorno precedente entrati a Corridonia) il siciliano Gaetano Paci ex paracadutista viene fucilato dal comando tedesco. Costui aveva trovato una sistemazione presso la famiglia Re, che conduceva a mezzadria un terreno di proprietà Olivieri di Sarrocciano.  Gaetano, detto anche Salvatore, aveva familiarizzato con i tedeschi, che presidiavano l’area del costruendo campo di aviazione.
Intercettato da una pattuglia tedesca fu fermato e perquisito: gli furono trovate una bussola militare e l’uniforme da gustatore. Condotto presso il comando, a S. Claudio, dopo un sommario processo fu condannato alla fucilazione, avvenuta la sera stessa della cattura, poco lontano dalla chiesa, dietro la casa di Martinelli. Riferiscono poi le testimonianze e le fonti documentali: A nulla era valso il tentativo di evitargli la fucilazione effettuato dal parroco don Giovanni Michetti, bruscamente allontanato dai tedeschi.
Il comandante quindi non era più quel fervente cattolico convinto da don Giovanni Michetti ad evitare addirittura una rappresaglia? Forse nel frattempo era cambiato.  Ma a distanza di pochi giorni?
C’è ancora un’ultima annotazione. L’Iriae nel settembre del 2014 ha effettuato un carotaggio interno alla chiesa in un punto in cui il GeoRadar aveva indicato un vuoto sul lato destro della chiesa, più precisamente nel punto dove era stata deposta la famosa mummia. A circa un metro di profondità la telecamera ha confermato la presenza di una larga camera rettangolare con volta a botte riempita di ossa umane. Non si è riusciti, tuttavia, a distinguere la presenza di materiale di diversa tipologia. La mummia quindi non c’è. Ma lì era stata posta nel 1925.
Non siamo depositari di alcuna verità, ma le tesi del prof. Giovanni Carnevale e di altri studiosi che ripropongono dell’Alto medioevo una storia profondamente diversa da quella tradizionale, le ricerche dei tedeschi, prima durante e dopo il secondo conflitto mondiale, per scoprire nella nostra terra le gloriose origini della loro nazione, impongono una seria riflessione.   
    

                                                                       Dott. Piero Giustozzi


lunedì 10 ottobre 2016
Il prof. Enzo Mancini ci incuriosisce e stupisce ancora con il suo: MAN IN BLACK
MEN IN BLACK

Nella vicenda di Aquisgrana a  san Claudio vengono fuori inattesi risvolti: la presenza degli uomini in nero, non nella fantasia ma nella più dura realtà: si staglia sinistra su questa storia  l'ombra delle SS.

Mio fratello mi ha riferito la testimonianza di Claudio Franceschetti, fratello di Annibale Franceschetti, i proprietari dell'antico mulino di san Claudio.
Ho avuto modo di parlare spesso con  Annibale, meno con Claudio.
Annibale mi raccontò un fatto interessante: prima di abbandonare la posizione i tedeschi, allo scopo di rallentare l'avanzata degli alleati non minavano solo i ponti, anche i mulini.
E il mulino di san Claudio stava per essere fatto saltare. La mamma di Annibale e Claudio si era messa a piangere e poco dopo anche i figli. Ma c'era un comandante tedesco, che parlava l'italiano, che aveva preso a benvolere questi bambini: ebbe compassione e ordinò di rimuovere le carica esplosive.
Così il mulino restò in piedi e dette ai due fratelli la possibilità di lavorarci fino alla pensione.
Solo adesso, dopo che i due fratelli sono morti, ho realizzato che il comandante tedesco era Wolfgang Hagemann.
Dopo la guerra questo signore tornò in Italia e tenne la carica di direttore del DHI,
l’istituto storico tedesco che ha sede in Roma.
Si interessò soprattutto di Federico II, cercando i risvolti delle sue vicende negli archivi dei paesi ( a quei tempi risultava strano) del fermano soprattutto.
Chi si interessa di storia locale di questa regione conosce benissimo questo autore.
Io mi sono spesso domandato come facesse questo tedesco a sapere tutto dei nostri paesetti. Ora me lo spiego.
Ma torniamo al periodo della seconda guerra mondiale.
Mio fratello Ennio ha raccolto, quasi per caso, la testimonianza di Claudio Franceschetti, pochi mesi prima che morisse, che i Tedeschi nel 1944 mandarono a san Claudio una delegazione di alto livello, che ispezionò l’interno della chiesa, non certo sotto gli occhi di tutti.
Ora passo alle logiche supposizioni, altro non si può fare.
Questa delegazione era sicuramente costituita dalle SS di Heinrich Himmler, mandate a Iesi sulle tracce del Codex Aesinas: dovevano trovare l’unica copia antica dell’opera di Tacito “Germania”, custodita nella villa dei conti Baldeschi – Balleani, perché dovevano cambiare un’inezia: un tamquam con un quamquam.
Questa inezia dava ai nazisti l’alibi morale per proclamare la supremazia della razza ariana! Troppo lungo da spiegare, ma fidatevi, è così, cioè, era così.
Questa spedizione non trovò il codex aesinas, ma credo che non tornò a casa a mani vuote. Si portò a casa la mummia di Ottone III.

Erano passati diciotto anni dal suo ritrovamento sotto l’altare di San Claudio.
Il parroco don Giovanni Michetti conservava lo spadino ritrovato sopra la mummia, sapeva dove era stata ritumulata, come lo sapeva metà dei parrocchiani:
Secondo me uno come Wolfgang Hagemann aveva capito che quella mummia era di Ottone III, molto prima di Giovanni Carnevale.
Ma se i nazisti se la sono presa nel 1944, che andiamo a cercare noi oggi, le farfalle?
Ora qualcuno mi dirà: dove sono i documenti, dove sono le prove di quello che scrivi?
Che devo rispondere? Ma Himmler e le SS sono realmente esistiti?
I tedeschi non scherzano mai, recita una nota pubblicità per una auto tedesca, però dicono un sacco di bugie.
Provate a pensare allo scandalo della Volkswagen: con 15 miliardi di euro la storia verrà chiusa e chi s’è visto s’è visto.
Ma è veramente curioso che i molti ingegneri inventori del dispositivo fraudolento si sono laureati tutti ad Aachen, tanto che i giornali che parlano di questa frode titolano “Aachen connection”.
Per chiudere il discorso, che sarebbe troppo lungo e complicato, quello che mi preoccupa è che forse da qualche parte in Germania questa mummia potrebbe saltar fuori da un momento all’altro.
Allora l’intelligentone milanese  potrà dire tranquillamente: “ Io lo avevo detto  che questi valdichientisti arroganti e visionari erano da rinchiudere in un manicomio.”


Enzo Mancini

Il Prof. Giovanni Carnevale cittadino onorario della Città di Corridonia



Sabato 11 marzo alle ore 16,30 nella sala consiliare in p.zza Corridoni 8 il sindaco, Nelia Calvigioni, alla presenza del Consiglio Comunale, consegnerà al prof. Giovanni Carnevale la cittadinanza onoraria di Corridonia per i suoi rivoluzionari studi sull’abazia di San Claudio.
Il professore si è laureato nel ’53 con una tesi sull’archeologia cristiana ravennate del V e VI secolo e, già trent’anni fa, ha individuato un collegamento tra la chiesa di S. Claudio e la chiesa di Germigny des Prés, attualmente Comune con 730 abitanti nel dipartimento della Loira.
Questa chiesa francese è universalmente riconosciuta come imitazione di quella di Aquisgrana, secondo quanto già il vescovo Théodulf scrisse a Carlo Magno dopo la sua costruzione. Ancora oggi, nella zona circostante, numerosissimi cartelli stradali la indicano proprio come oratorio carolingio. La chiesa è a pianta quadrata con 5 absidi (una sesta è stata aggiunta nel 1870 durante la guerra franco-prussiana) e 4 pilastri, pianta quindi identica a quella di S. Claudio.
Chiunque può invece constatare facilmente che l'attuale chiesa di Aachen in Germania, che i tedeschi pensano erroneamente che sia Aquisgrana, oltre ad essere a struttura ottagonale, è, all'interno e all'esterno, totalmente differente da quella di Germigny des Prés. D’altronde gli stessi studiosi germanici nel 2010, in seguito ai loro scavi stratigrafici, hanno dovuto ammettere che nel sottosuolo non ci sono tracce di chiese precedenti e quindi il confronto può riguardare solo l'attuale edificio ottagonale.
Nell’enciclopedia Treccani viene detto, inoltre, che la chiesa di Germigny rivela un sicuro influsso orientale sassanide ed omayyade: “Tale influsso - ha sempre affermato il nuovo cittadino onorario di Corridonia - si ritrova e si riconosce anche a S. Claudio ma non ad Aachen”.
Questa importante scoperta nel 2011 è stata vista con simpatia dal segretario del Pontificio Comitato di Scienze Storiche Città del Vaticano, prof. Cosimo Semeraro, che, nel presentare “THE SCHOLA PALATINA AND THE CAROLINGIAN RENAISSANCE IN VAL DI CHIENTI”, dice di Carnevale: “…ben noto nel più serio segmento della storiografia picena su Carlo Magno fa presagire il contenuto ….: far chiarezza e rendere giustizia sull’esistenza, sul significato e sul ruolo di Aquisgrana in Val di Chienti”. Altrettanta simpatia ha mostrato il docente di Storia medievale alla Pontificia Università Gregoriana, prof. Giulio Cipollone, che è voluto intervenire alla presentazione dello stesso libro.
Ora, alla veneranda età di 93 anni, il prof. Carnevale riceverà un nuovo significativo riconoscimento, prezioso tributo alle sue ricerche sempre più conosciute e apprezzate in Italia e all’estero.
Albino Gobbi

lunedì 27 febbraio 2017

Il Prof. Enzo Mancini ci aggiorna circa la sorte degli elefanti di Annibale (ed anche di Abul Abbas)

Un grazie al Prof. Enzo Mancini che continua ad offrirci questi interessanti argomenti di riflessione. 

Hannibal ad portas
Dove furono attraversate le Alpi da Annibale con il suo esercito al cui seguito c’erano 15.000  animali fra cavalli, muli ed elefanti?
Sappiamo quando avvenne il passaggio, a fine ottobre del 218 a.C. , ma non sapevamo dove.
Già dopo 200 anni gli storici romani erano già in disaccordo. Tito Livio sembra indicare il Monginevro; Polibio era per il Moncenisio.
La “querelle “ sul passaggio di Annibale è durata più di duemila anni ma infine il mistero è stato risolto. Dalla cacca.
Un fatto è incontestabile: tutti quegli animali, seguiti da un numero doppio di uomini, cacavano.
In duemila anni quasi tutti i passi alpini fra Italia e Francia , dal col di Tenda al Gottardo, ( questo veramente porta in Svizzera), hanno avuto fautori, ma Annibale ha scollinato sul colle delle Traversette, vicino al Monviso, a circa 3.000 metri sul livello del mare.
Da dove viene questa sicurezza: da una frana a doppio strato che è presente solo per questa via, che rallentò di tre giorni la marcia dei Cartaginesi, e da residui fecali rinvenuti presso due laghetti, (Porcieroles e Lestio), che si trovano sul versante francese a mezzo chilometro dal versante italiano.
Sul versante francese nasce il Guil, affluente della Durance, sul versante italiano nasce il Po.
La notizia è comparsa in vari giornali, fra cui il mensile “Le Scienze” di Aprile 2016.
Questi residui fecali, rinvenuti a due palmi di profondità, contengono spore di Clostridi caratteristici dei cavalli, che grazie al carbonio 14 hanno fornito una data di circa il 200 a.C.
Considerando che il metodo non può essere più preciso di dieci o venti anni in più o in meno, la data del 218 a.C. ci rientra.
Fra quelli che avevano visto giusto nell’indicare il colle delle Traversette si possono ricordare il generale Guillaume e il biologo alpinista Gavin de Beer.
C’è voluto del tempo. Ma il mistero è stato risolto.
Dei 37 elefanti nord africani sopravvisse alla traversata delle Alpi un solo esemplare, di cui sappiamo anche il nome: Surus.
Tutti gli altri non ce la fecero a superare l’inverno italiano; e pensare che si era già nel periodo caldo definito optimum romano.
Bisognerà aspettare mille anni per vedere in Europa un altro elefante: Abul Abbas.
Dicono che sia arrivato sul suolo italiano nel 799, più sicuro il suo arrivo ad Aquisgrana nell’802, scortato da un ebreo, Isacco, dono del califfo Harun al Rashid a Carlo Magno.
Ma se Surus è passato alla storia quale simbolo di forza, duro a morire, il pachiderma di Carlo Magno doveva essere di un altro pianeta per resistere 10 anni agli inverni della Westfalia, quando non era ancora terminato il periodo freddo alto medioevale.
E non morì di freddo, ma per una indigestione.
Nei paraggi di San Claudio al Chienti, quando la teoria di Giovanni Carnevale sarà presa sul serio, dovrebbe venir fuori lo scheletro di un elefante.
Sarà Surus o Abul Abbas?
La datazione al radiocarbonio non può sbagliare di mille anni!

Prof. Enzo Mancini 
Macerata 18 febbraio 2017